Nicolai Lilin: Storie sulla pelle | IL BLOGGO

Questo articolo è apparso su Il Bloggo di Herr Joe e Madame Freida il 16 Febbraio 2014.
Il Bloggo, pubblicato su WordPress, si occupava di recensire prodotti narrativi di tutti i tipi: libri, film, serie TV e anche fumetti.

Il mio primo impatto con Nicolai Lilin non è stato particolarmente positivo.

Ho visto Educazione Siberiana al cinema e mi è piaciuto, più per la ricostruzione della cultura e l’aspetto estetico che per la trama, diciamolo, non particolarmente imprevedibile o emozionante. Il personaggio di Xenja, poi, non mi stancherò mai di dirlo, è imbarazzante in modo vergognoso, e non certo per il fatto di essere infantile in maniera anomala, né tanto per come viene recitato, quanto proprio per le battute e le azioni che la sceneggiatura le attribuisce; ci sono talmente tanti modi per rendere la psiche di un personaggio simile, che la goffa scimmiottatura adulta dei modi dei bambini è a dir poco ridicola e poteva essere evitata. Per altro, a voler essere precisi, il trailer prometteva molta più azione, violenza e sangue di quanto poi effettivamente ce ne sia.

Non poi che la riflessività o la meditazione sui Grandi Problemi della Vita siano un male di per sé o non possano essere godibili a seconda del contesto, ma li annovererei tra i maggiori problemi dello stile di Lilin, e non solo per una questione di gusto personale.

Dopo poche pagine intense a proposito della guerra cecena, infatti, il primo capitolo di Educazione Siberiana (in versione libro, questa volta) comincia con un raccontato che ha tutte le carte in regola per essere una mazzata sui denti: la nascita del protagonista, riflessioni sul fatto che procurerà dispiaceri alla madre per tutta la vita, informazioni generiche sulla vita dei criminali. Come vengano chiamate e classificate le armi in Transnistria tra i siberiani è indubbiamente interessante, ma era mia intenzione leggere un romanzo, non un trattato di antropologia culturale, così mi è salita la sonnolenza durante le pagine e pagine di inforigurgito gratuito e la scena in cui i poliziotti irrompono nella casa di Kolima non è riuscita a recuperare la mia attenzione.

Il mio rapporto con Educazione Siberiana si è concluso con la fine dell’anteprima gratuita dell’e-book, e tanti cari saluti.

Tempo e libri dopo, mi sono procurata Storie sulla pelle nella speranza di ritrovare il sapore di amicizia underground di Colla in qualcuno che non fosse Welsh, e come metodo alternativo di documentazione a proposito dei tatuaggi.
Questo quarto romanzo di Lilin è assolutamente inutile a quello che era il mio secondo scopo, e d’altra parte è proprio convinzione dell’autore stesso che

“per niente al mondo […] quei segreti devono essere raccontati a parole.”

Per quanto riguarda la ricreazione di una sottocultura e di un ambiente periferico e degradato, invece, trovo che Lilin abbia centrato l’obiettivo. Forse anche per il fatto che si tratta di una raccolta di racconti e non di un romanzo unitario, infatti, in questo caso l’autore è riuscito a contenere l’infodump e mescolarlo con gli eventi; il risultato è un prodotto coinvolgente e dal sapore realistico. Non mancano appunto i momenti in cui Lilin si sente in dovere di spiegare questa o quella usanza (il che, forse, in qualche misura è anche necessario alla comprensibilità del narrato), ma sono inseriti in un più ampio uso senza fronzoli del linguaggio proprio della tradizione siberiana. Trovo che questo narrare delle cose nella loro concretezza e chiamarle con il loro nome proprio sia una delle qualità più apprezzabili del Lilin di Storie sulla pelle.

Non amo i passaggi in cui lo scrittore fornisce la propria visione sulla Vita, l’Universo e tutto quanto, e in questo caso nemmeno il fatto che l’opera sia parzialmente autobiografica basta a trattenermi dallo storcere il naso di fronte a iperboli moleste

“Se la libertà avesse un odore, sarebbe quello dei prati primaverili […] su cui sono cresciuto”

o riflessioni pseudo-metafisiche

“[…] con quell’arroganza infantile che spesso ci portiamo dietro negli anni, anche fino alla morte.”

Tuttavia, come ho detto, Lilin riesce a ricostruire efficacemente il sistema di valori del protagonista e della comunità in cui vive, e ciò è bastato a farmi sorvolare su passaggi troppo raccontati o dispersivi.

Navigando sul web, pare ci siano però solo due modi per valutare gli scritti di Lilin, e Storie sulla pelle in particolare: o si elegge lo scrittore a sciamano ambasciatore della vera tradizione del tatuaggio e creatore di una sorta di sacra scrittura sul tema (con tanto di citazioni, di quelle rarefatte e decontestualizzate che hanno tanta fortuna sui social network) o lo si considera uno scrittorucolo maldestro che tenta di fare il passo più lungo della gamba e gli si contesta perfino l’uso del passato prossimo (?!).

Sarò sincera, anche leggessi altro di Nicolai, non mi ricorderei certo del libro perché scritto nel suo stile, e se dovessi dire “sto leggendo Lilin” sarebbe più per identificare un certo tipo di contenuti che un particolare modo di narrazione; proprio per questo, lo stile senza arte né parte mi sembra pure sanza infamia e sanza lode, abbastanza chiaro e scorrevole, il che se vogliamo dovrebbe perfino essere un pregio.

Onestamente, poi, non capisco perché l’uso del passato prossimo debba essere così deprecabile. Anzi, io l’ho trovato piacevole, proprio quel tocco che abbassava aspettative letterarie altrimenti sproporzionate e avvicinava il racconto alla prospettiva, direi empatica, del Welsh della corea scozzese.

Le trame dei vari racconti di Storie sulla pelle non sono particolarmente degne di nota, se non per il fatto che fortunatamente i perbenismi ed i patetismi sono evitati: quando c’è necessità che una storia vada a finire male, va a finire male, con i morti e feriti del caso e nessuna lacrima di troppo per il loro destino. Il giovane Kolima legna e le prende mica da ridere, assiste ad esecuzioni, provvede ad eseguirle, è crudele come in fin dei conti sono tutti ad una certa età, ed il suo essere bambino, com’è giusto, non lo salva dalle conseguenze delle sue azioni. Perfino un racconto in cui era tanto facile scadere nella retorica gay-friendly fine a se stessa (La storia impossibile) non mi è sembrato poi tanto intriso di pathos forzato.

È assente, nel romanzo di Lilin, quella morale di fondo tanto castrante e cara al nostro secolo, per cui la narrazione semplicistica e pruriginosa di un rapporto sadomaso fa la fortuna di scempiaggini come le mai troppo chiamate in causa Cinquanta sfumature, e un libro che non le manda a dire come Invisible Monsters viene invece rifiutato dagli editori. Considerato che, mediamente, si passa sopra a questo moralismo solo in ragione di particolarità stilistiche che rendono il prodotto talmente “artistico” da rendere possibile prenderne le distanze e tamponarne la dirompenza, quello raggiunto da Lilin con il suo stile, francamente insipido, mi sembra un buon traguardo.

Per altro, di nuovo fortunatamente, nonostante l’ambiente di Fiume Basso sia tutt’altro che agiato, la narrazione è sufficientemente schietta da evitare la compassione ipocrita altrettanto molto cara alla letteratura odierna.

Se consiglio Storie sulla pelle, quindi? Sì, certo. Leggerò altro di Lilin e li troverò di ispirazione? Piuttosto probabile. Lilin entrerà nel novero dei Grandi Maestri a cui mi ispiro? Decisamente no.