Neil Gaiman: L’oceano in fondo al sentiero & American Gods | IL BLOGGO

Questo articolo è apparso su Il Bloggo di Herr Joe e Madame Freida il 3 MArzo 2014.
Il Bloggo, pubblicato su WordPress, si occupava di recensire prodotti narrativi di tutti i tipi: libri, film, serie TV e anche fumetti.

Le cose che sappiamo da bambini crescendo si perdono nel vortice di nuove esperienze. È tutto un fare finta di essere grandi, far credere agli altri che si ha il diritto di indossare quel completo elegante, neanche fossimo adulti davvero. Così, mentre è diretto al ricevimento del funerale a cui ha appena presenziato, il nostro protagonista ha bisogno di una pausa e di tornare bambino immergendosi nei ricordi della casa della sua infanzia. Immergendosi, appunto, perché nella fattoria in fondo al sentiero – quello stesso sentiero dove il Cercatore di Opali si è suicidato nella vecchia macchina di famiglia – c’è un cortile sul retro dove splende sempre la luna piena, e dove c’è lo stagno che è un oceano.

Ne ho lette tante, su L’oceano in fondo al sentiero: che costa troppo (come tutti i libri, di questi tempi), che è solo una favola per bambini, che è semplicistico e, che, in fondo, da un autore come Gaiman ci si poteva aspettare di più.
Non sono d’accordo.

Ammesso e non concesso che esistano “libri per bambini” e siano di qualità o complessità inferiore a quelli “per adulti”, sarei restia a classificare come appartenente alla prima categoria (che si vorrebbe tenera e zuccherosa come un marshmallow) un libro in cui il protagonista viene quasi affogato dal padre. E no, non di tratta di un incidente che venga risolto da un momento di vogliamoci bene, è più una di quelle trame alla Roald Dahl che, ancora adesso, a me fanno rizzare i capelli sul coppino.

La forza de L’oceano in fondo al sentiero è la calma e la serenità con cui Gaiman infila una stranezza dietro l’altra, facendole sembrare delle ragionevoli assurdità – mi si perdoni l’ossimoro. Il mondo creato per questo romanzo è, come la maggior parte dei mondi di Gaiman, intriso di dettagli di folklore arcaico e, in particolare, riti magici tanto basati su elementi fisici da sembrare plausibili – o, quantomeno, da far sembrare plausibile il crederci. L’autore non lesina le spiegazioni e mostra le stranezze inventate appena gli è possibile, ma sempre rimanendo coerente con lo scopo del raccontare una storia, che è appunto narrare i fatti e non far vedere quanto si è bravi nel world building. Il risultato è una somma di suggestioni, date senza nessuna spiegazione sulla struttura profonda delle cose e sui rapporti che regolano l’universo del romanzo; se pure ci sono delle seghe mentali di Gaiman sottese ai perché degli avvenimenti del libro, queste non vengono mai fuori. Mostrare solo superficie sotto la superficie, rifiutarsi di calare le brache alla propria prospettiva sulle leggi dell’universo è, esattamente, il genere di pudore nel narrare che rende possibile al lettore credere di stare realmente leggendo i pensieri di un bambino. La gente segamentalizza solo nei romanzi e quando ha davvero poco da fare, non nel bel mezzo degli eventi concitati di un urban fantasy – anche se, forse, L’oceano in fondo al sentiero è più che altro una fiaba.

Il senso di “ragionevole assurdità” di cui dicevo prima funziona altrettanto bene anche nei libri “per adulti” e, infatti, Gaiman ne ha fatto un po’ il marchio di fabbrica del suo stile. Basti prendere American Gods: il protagonista, Shadow, sa istintivamente che la sua moneta portafortuna è anche, in qualche modo, la luna. Travolto da eventi che hanno poche spiegazioni razionali possibili, Shadow poco alla volta si lascia andare e smette di cercare una motivazione logica; si arrende, in altre parole, ad un mondo che funziona per metafore ed associazioni di pensieri, ovvero il mondo in cui funzionano naturalmente i riti apotropaici e le credenze e superstizioni che sono appunto basate su questa logica ancestrale antecedente al pensiero scientifico.

Questa mancanza di spiegazioni date al lettore è la chiave del successo delle storie di Gaiman: il tipo di fantasia ed inventiva con cui organizza le trame è forte di una potenza immaginifica che verrebbe immediatamente sgonfiata dal più piccolo infodump. Il fatto che Gaiman stesso non sia in ansia all’idea di giustificare il fatto che un semplice muretto divida il mondo reale da quello fantastico (Stardust) rende possibile per noi lettori credere che sia davvero così come racconta. La magia di cui parla Gaiman, che sia quella degli antichi dei dimenticati dai loro popoli o delle tre donne Hempstock che vivono nella fattoria in fondo al sentiero, è comunque coesa e coerente, ha dei limiti e delle regole di applicazione, non è campata per aria – semplicemente non ci vengono mostrati tutti i dettagli. D’altra parte, escludendo la scuola e Superquark, nessuno durante la vita di tutti i giorni viene a spiegarci la forza di gravità: ci limitiamo a dare culate per terra.

Quanto detto fin’ora è anche ciò che, secondo me, rende piacevole da leggere uno stile di scrittura che normalmente tollererei a malapena. Non che in Gaiman manchino i dettagli visivi, ma il suo modo di scrivere è largamente basato sull’uso del raccontato, ovvero, per spiegarci meglio, sul parlare liberamente di eventi e fatti che non vediamo accadere sotto i nostri occhi e di cui però è bene che noi si sia a conoscenza. Un esempio su tutti è l’incipit de L’oceano in fondo al sentiero:

[…] Indossavo i vestiti giusti per una triste giornata.
La mattina avevo fatto il mio dovere, detto le parole che andavano dette, credendoci persino mentre le dicevo, e poi, al termine della cerimonia, ero salito in macchina […]

È pur vero che si tratta di una voce narrante specifica e, quindi, i giudizi sono motivati dal fatto che si distorce la realtà dal punto di vista del personaggio, però espressioni come detto le parole che andavano dette parlano di aria fritta e fuffa e, avessi in mano la penna rossa, le casserei.

Per altro, è una scrittura che Gaiman applica anche alle narrazioni in terza persona, dove, per quanto il punto di vista possa altrettanto essere specifico, le trovo ancor meno sopportabili. Dall’incipit di American Gods:

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo.

Poi, insomma, uno ha tutte le sue opinioni sul raccontato e il mostrato, e improvvisamente si trova da pagina 13 a pagina 23, essendosi sciroppato dieci pagine molto raccontate senza nemmeno prendere fiato. Uno a zero per Gaiman.

Non è che i suoi romanzi siano esenti da difetti, ovviamente. Continuando a proposito di American Gods, trovo che potesse essere sfoltito di parecchie pagine, e forse non mi sarei fatta una pausa di qualche mese a metà della lettura. Inoltre, il sistema dei personaggi è veramente complesso e anche le scene di vita divina che si intrecciano alla storia di Shadow sono tante, troppe per avere un quadro definito di quanti e quali dei siano in guerra tra loro. Sono certa che in parte fosse voluto, ma come lettrice avrei apprezzato riuscire a chiarirmi un po’ meglio di chi si stava parlando di volta in volta. Il fatto che le descrizioni fisiche dei personaggi si contino sulle dita di una mano monca non ha certo aiutato.

Per quanto riguarda L’oceano in fondo al sentiero, il difetto più evidente riguarda la trama stessa e, in particolare, la soluzione un po’ semplicistica del grande problema che affliggeva il protagonista da piccolo. Non è che non ci siano avvenimenti gravi (per dire, SPOILER! alla fine ci scappa il morto FINE SPOILER!); si tratta, più che altro, di risolvere troppo repentinamente una situazione che sembrava senza via di uscita e si era ripresentata come tale al protagonista più volte. Non siamo al deus ex machina, è pur sempre Neil Gaiman, ma forse poco ci manca.

Devo anche ammettere che, forse, almeno nel caso de L’oceano in fondo al sentiero, un po’ sono andata avanti a leggerlo con tanta passione anche per via del suo autore. È possibile che, se si fosse trattato di qualcun altro, sarei stata meno tollerante su certi aspetti e, nel caso, sarebbe proprio una brutta cosa per un romanzo appoggiarsi al semplice nome dello scrittore.

Ho solo appena appena intaccato la produzione di Gaiman: dopo Stardust, letto da piccola, posso spuntare solo appunto American Gods e L’oceano in fondo al sentiero – non mi sono nemmeno ancora immersa in Buona Apocalisse a tutti! (Good Omens). Me tapina. Non ho citato il fatto per manie di protagonismo, ma perché è piuttosto insolito per le mie abitudini. Sono quel genere di lettrice che, quando apprezza un autore, lo scava fino in fondo e legge praticamente qualunque cosa abbia messo al mondo. Se con Gaiman questo non succede, è perché le sue opere sono, in qualche modo, stucchevoli.

Non intendo questa definizione in senso necessariamente negativo; quello che voglio dire è che sono così dense ed intense da sollazzare sì il lettore, ma anche riempirlo e quasi anestetizzarlo. Per approcciarsi di nuovo a Gaiman, poi, e apprezzarlo ancora, occorre lasciar decomprimere il cerebro per qualche tempo.

Con all’attivo 16 romanzi ed uno sproposito di fumetti e racconti, comunque, Neil non è forse prolifico come Carlton Mellick III, ma poco ci manca; il suo gusto per il macabro ha poco da invidiare a Tim Burton, mentre la sua particolare prospettiva sui racconti “per bambini”, come ho detto, è paragonabile a quella di Roald Dahl. Gaiman ha collaborato con alcune delle personalità più illustri del nostro secolo (Alice Cooper, tanto per dirne una) ed ha già visto diverse sue opere diventare film di successo. Ora, la FremantleMedia ha acquistato i diritti per la produzione di una serie tv basata su American Gods. Occorre dire altro?