Isaac Marion: Warm Bodies | IL BLOGGO

Questo articolo è apparso su Il Bloggo di Herr Joe e Madame Freida l’11 Aprile 2014.
Il Bloggo, pubblicato su WordPress, si occupava di recensire prodotti narrativi di tutti i tipi: libri, film, serie TV e anche fumetti.

Sono ormai passati anni da quando, il 7 febbraio 2013, usciva al cinema Warm Bodies, il primo epigono ufficiale di Twilight e il primo paranormal romance che non avesse come protagonisti i vampiri ad essere diventato così famoso da meritare una trasposizione cinematografica.

È stato annunciato un sequel e pubblicato un prequel, nel frattempo i cadaveri tiepidi si sono ormai raffreddati ed è tempo di tirare le somme. È il momento, cioè, di mettere da parte le proprie opinioni personali su Warm Bodies e accettare che, dotato o meno di relativo valore letterario, quello degli zombie innamorati sia un fenomeno degno di studio. Già, perché il romanzo di Isaac Marion è stato un successone: si parla di un milione di copie vendute in circa una ventina di paesi, con relative traduzioni. Un successo a cui agognano molti scrittori, e a cui sono sicura anche il nostro Isaac ha pensato, trasognato, quando ancora era impegnato con la fotocopiatrice o il ciclostilo ad autopubblicarsi i suoi primi tre romanzi – o quando di notte, con una bella tazza di caffè forte, stava alzato a scrivere la short story che ha dato inizio a tutto, I am a zombie filled with love.

Ebbene sì, tutto è iniziato con un passaparola sul web; quindi, almeno in una fase iniziale, non è stato il caso della Grande Casa Editrice che cerca in tutti modi di spingere il suo prodotto sul mercato. Almeno in una fase iniziale, dicevo, la storia di Marion ha avuto successo solo grazie a se stessa ed alla propria validità intrinseca. Attenzione, non sto dicendo che Warm Bodies mi sia piaciuto – ma sì, penso che si meriti il suo successo.

Prendiamola larga, dopo questa affermazione pesante. Prendiamola talmente larga da andare a finire in tutt’altro posto, l’Italia, prendiamola talmente larga da andare a sfogliare un libro su quattro scarafaggi che vivono a Parigi nell’appartamento di uno scrittore wannabe. Come scrivere un best seller in 57 giorni è sì un romanzo, la storia di come George, John, Paul e Ringo salveranno la facciaccia del loro padrone di casa, ma è anche un manuale di scrittura sintetico ed esaustivo, che davvero vi potrà insegnare come scrivere un best seller in 57 giorni spaccati – pause comprese.

Se andiamo a spulciare il volume di Luca Ricci e ci facciamo un bell’elenco delle caratteristiche del perfetto best seller, scopriamo che Warm Bodies le ha azzeccate quasi tutte. Passi l’appunto sulla verosimiglianza (l’ambiente è quello di tutti i giorni, non ci voleva molto a documentarsi), ma certo Isaac Marion si merita che gli si batta un bel cinque per aver azzeccato la forma del narratore. Una prima persona singolare praticamente onnisciente che accompagna dolcemente il lettore nello svolgersi della trama, senza mai far trasparire davvero la personalità dell’autore.

Non è da tutti sparire così dalla propria opera, viene molto più spontaneo usare i personaggi per predicare la propria visione della vita, ma il nostro autore rimane fedele al punto di vista scelto inizialmente, ben piantato nel cranio dello zombie R. Ed è sempre mantenendo la prospettiva di R che Marion si inerpica in lunghe riflessioni pseudo-filosofiche sul significato della vita prima e dopo la zombificazione, sul senso dell’amore, perfino sulla qualità dei dischi in vinile. Permettetemi  allora di citare Luca Ricci:

È importante far credere alla gente che sta riflettendo.

Warm Bodies può piacere e sicuramente trasmette dei messaggi positivi, però non si può certo dire che proponga delle riflessioni inusitate o particolarmente profonde o, ancora, complicate. R è simpatico, ma dice cose che, in fondo, abbiamo pensato tutti – e, forse, risulta amabile proprio per questo. Viene facile identificarsi con il protagonista e questo anche in gran parte perché, in realtà, R non si comporta affatto da zombie. Sì, okay, mangia carne umana, e sì, okay, grugnisce, e sì, ancora okay, dice di non provare emozioni particolari e di non avere ricordi della sua vita da umano. Eppure, se davvero così fosse stato, le sue riflessioni sarebbero dovute essere più che altro pensierini da prima elementare e penso possiamo dirci pacificamente d’accordo sul fatto che in nessun caso Isaac o chi per lui avrebbe mai potuto cavarne fuori un libro di quasi 300 pagine.

Proprio venire meno ad una delle più importanti premesse dei suoi personaggi è stata una delle idee migliori di Marion: uno zombie che non è davvero zombie, che non marcisce come gli altri, che non è scemo come la luna al pari degli altri, insomma, diventa uno zombie gestibile. Si tratta dello stesso tipo di raggiro delle regole basiche compiuto dalla Meyer quando ha deciso di far brillare il suo Edward al sole invece che incenerirlo: un raggiro che tradisce sì l’essenza del mostro che si è deciso di utilizzare, ma che contemporaneamente fa gran bene allo sviluppo sereno della propria trama. Ci deve essere un motivo se nessuno fin’ora aveva mai pensato di assumere il punto di vista di un morto vivente, e non mi sentirei nemmeno di biasimare troppo Marion per la sua licenza poetica.

Il mondo di Warm Bodies ha una certa coerenza interna: l’idea che sia l’Amore a riportare in vita gli zombie ha le sue debolezze, però viene mantenuta costante e seminata fin dall’inizio nei pensieri di R. Tuttavia Marion, proprio come aggira furbescamente il problema dello zombie-pensiero, colloca qui e lì anche altre incongruenze, talmente grossolane che è evidente come sia stato obbligato a mantenerle scientemente e non le abbia invece semplicemente trascurate nella foga dell’ispirazione. Una su tutte, la mancata fuga di Julie in macchina: la ragazza, salvata da R da pochi giorni, gli insegna a guidare invece che spiaccicare chiunque si trovi sulla propria strada e tornare di gran carriera dagli altri Vivi. È vero, poi i due usano proprio la Mercedes per scappare, ma perché mai Julie non lo fa prima, da sola?

Si potrebbe azzardare un’interpretazione psicologica, si potrebbe ipotizzare che Julie in realtà non vedesse l’ora di scappare dai soffocanti Vivi e andare incontro al proprio destino, qualunque fosse. Tuttavia, ammettiamolo, risulta un po’ difficile da credere, almeno tanto quanto il fatto che lei possa davvero innamorarsi di un cadavere. D’altra parte, la psicologia di Julie non è minimamente approfondita, solo grossolanamente accennata, e qui si torna di gran carriera ai consigli degli scarafaggi per un buon best seller.

Solo R, solo il protagonista viene accuratamente esplorato da Marion; tutto il resto del romanzo è costruito in funzione del mostrare appunto R. La storia, per quanto relativamente fitta di eventi, è marginale.

Le scene come quella della lezione di guida, mantenute a dispetto di una palese mancanza di coerenza, hanno il solo fine di esporre voyeuristicamente agli occhi del lettore delle scene possibili di un mondo possibile; quello che Gamberetta, con foga, additava come pornografia letteraria. Si può discutere per tanti versi con la crostacea, però è innegabile che questo tipo di narrazioni abbiano uno scopo meramente espositivo delle potenzialità del personaggio calato nella quotidianità sperimentabile da ogni lettore. È esattamente il meccanismo che, lasciando da parte la pornografia comunemente intesa, spinge alla scrittura di fanfiction “slice of life”, nelle quali cioè la trama ha importanza minima e lo scopo primario è appunto solo mostrare uno spaccato di vita quotidiana.

Nell’aver incluso una fanfiction direttamente all’interno del proprio romanzo sta uno dei colpi da maestro di Isaac Marion, e in questo il nostro autore riesce parecchio meglio della Meyer contro cui Gamberetta si era scagliata. Sì, perché, come abbiamo ricordato poco fa, la trama di Warm Bodies rimane relativamente fitta di eventi; benché basata quasi interamente sulla riflessione interiore di R, la narrazione raramente presenta delle vere e proprie pause. R riflette, ma riflette su quello che gli accade sotto gli occhi e si perde in elucubrazioni meno spesso di quanto possa sembrare inizialmente.

Si può dire, in un certo senso, che Marion abbia portato il paranormal romance ad un livello superiore. Forse, invece che nel sottostare alle regole del mostro prescelto e del puro buonsenso, la bravura di Isaac è da ricercarsi nella capacità di sottostare alle regole del genere cui si rifà, e riuscire a cavarne fuori qualcosa di meglio dei propri predecessori.

Un lettore di paranormal romance – e anche qui mi rifaccio nuovamente ai nostri amati scarafaggi – difficilmente è quel genere di lettore accanito che si sciroppa millanta pagine di world building e passa ore a interpretare fanfaronaggini astruse per ricavare il senso di un capitolo. Si tratta, più probabilmente, di qualcuno che

vuole leggere un libro, dall’inizio alla fine, con poco,

facendosi sì coinvolgere ma spendendoci poche energie intellettuali. Ecco allora che si richiede a questo tipo di romanzi una narrazione piana, una lingua sì impreziosita da qualche aggettivo aulico ma sempre perfettamente comprensibile ed accessibile senza sforzo. Un tipo di racconto che può sembrare facile da imitare, e che invece si rivela, nella sua semplicità, più ostico di quanto non si creda.

La letteratura è fatta di arte, ma scrivere è soprattutto un mestiere. Si può ragionare a lungo su cosa voglia dire, nel concreto, scrivere bene o male, sul fatto che ci siano o meno delle regole e sulla scelta di seguirle o infrangerle, eppure alla fine bisogna mettersi in tasca che un romanzo ha come unico scopo quello di essere letto e che coi libri spesso bisogna pure mangiarci.

Ho letto Warm Bodies e non mi è piaciuto, per tanti motivi: gusti personali, una certa intolleranza per le incoerenze, l’insofferenza per le storie d’amore. Però, ed è un grande però, penso che Isaac Marion il suo mestiere l’abbia saputo fare bene e che, alla fine dei conti, abbia ottenuto proprio quel successo per cui si è tanto prodigato.