Irvine Welsh: Una testa mozzata | IL BLOGGO

Questo articolo è apparso su Il Bloggo di Herr Joe e Madame Freida il 14 Maggio 2014.
Il Bloggo, pubblicato su WordPress, si occupava di recensire prodotti narrativi di tutti i tipi: libri, film, serie TV e anche fumetti.

«Che, sapete, Big Monty… non è che in mezzo alle gambe sta messo male. Si era beccato quei cristalli di metanfe da un ragazzo a Edimburgo e ce l’aveva in tiro modello due latte di Tennent’s, cazzo, una sopra l’altra: parole sue, non mie»

Ho per Welsh una fortissima cotta letteraria. Dopo aver passato gli anni del liceo a leggere di efebici greci e di altrettanto efebici dandy ottocenteschi, il fatto di trovare stampate in un rispettabilissimo libro da biblioteca tutte le parolacce e le imprecazioni sgrammaticate della corea scozzese, be’, mi ha aperto un mondo. Improvvisamente, scrivere sconcezze era possibile, leggerle era godibile, e tutto aveva l’appassionante manto della letteratura d’avanguardia: un’infatuazione fortissima, che dura ancora oggi.

Quindi no, non si può dire che Una Testa Mozzata non mi sia piaciuto, e poi, intendiamoci, è sempre di Welsh che si parla. Anche se, come vedremo, non è un Irvine al massimo della forma, è però perfettamente in grado di sfornare perle come questa:

Il buio cala come la mutanda di una puttana sul lavoro: improvviso ma prevedibile.

Com’è quindi possibile che Irvine, che le infila quasi tutte giuste, questa volta abbia deluso proprio la sua più grande fan? Andiamo con ordine.

Anzitutto, la trama: Jason King faceva il fantino, ma questa, come tutto il resto nella sua vita, gli è andata storta. Non ha raggiunto la notorietà, non è andato in Spagna col suo migliore amico Ally Kravitz, non puccia la pannocchia e sta rovinando perfino la sua ascesa nel torneo scozzese di Subbuteo, facendosi riprendere dall’Associazione Calcio da Tavolo della Scozia Orientale. Le fantasie di Jason sono rivolte per lo più a Jenni Cahill, giovane fantina che altrettanto sta buttando via la sua giovinezza nel paludoso far niente della vita di periferia. Mentre Jenni vagheggia il suicidio e Jason si fa le seghe per combattere la noia, il ritorno dalla Spagna proprio di Ally Kravitz rimetterà in moto la catena degli eventi nella cittadina di Cowdenbeath – e sì, come si intuisce dal titolo italiano, qualcuno ci rimetterà la testa.

L’intreccio non è quindi dei più originali e nemmeno particolarmente appassionante; non ci sono scarti temporali significativi e, se si esclude qualche buco di memoria generato in Jason dalle droghe, la doppia narrazione fa sì che praticamente nulla di ciò che accade venga nascosto al lettore. Permane la voglia di capire dove Irvine abbia intenzione di andare a parare, ma più come conflitto tra lettore ed autore in persona che come reale appassionarsi agli eventi del romanzo.

Se escludiamo Il lercio e Crime, che costituiscono un sottogenere a parte, e le raccolte di racconti, le opere di Welsh si suddividono in due macro categorie. Da un lato abbiamo quei romanzi, come Trainspotting, Porno e I segreti erotici dei grandi chef, la cui forza si basa soprattutto sullo svolgimento inaspettato della trama e sui continui colpi di scena – in questo caso intesi non come semplici situazioni paradossali, che spuntano come funghi negli scritti irviniani, ma come reali stravolgimenti della storia che il lettore non è in grado del tutto di prevedere. È il caso, ad esempio, della conclusione imprevista di Trainspotting, che giunge quasi come un fulmine a ciel sereno nonostante a performarla sia proprio uno dei personaggi punto di vista, di cui, quindi, il lettore conosce i pensieri più reconditi.

La seconda tipologia di romanzi scritti da Welsh è quella, potremmo dire, dell’epopea di un gruppo di ragazzotti che si barcamenano nella provincia scozzese e vedono di cavar fuori qualcosa di buono dalle loro infanzie e adolescenze difficili: dal magistrale Colla al meno riuscito Skagboys, passando per Tolleranza Zero, che partecipa in qualche modo di entrambe le categorie e forse proprio per questo penso possa essere considerato il migliore in assoluto.

Trovo che il problema di Una Testa Mozzata stia nell’essere chiaramente e dichiaratamente un romanzo della seconda tipologia, ma troppo breve e troppo poco denso perché la ricostruzione della società scozzese e l’introspezione psicologica dei protagonisti possano reggere l’attenzione quanto accade, ad esempio, in Colla.

Non è che i personaggi non siano interessanti; Jenni è un po’ la tipica giovane disillusa e fancazzista che ha mollato l’università per accorgersi che nel mondo non c’era nulla ad aspettarla – e, perciò, non è magari un narratore particolarmente coinvolgente – ma rimane ben resa nella sua stordente apatia. Jason per contro concentra su di sé tutta la carica di stranezze del libro: alto un metro e uno sputo, non particolarmente possente ma discretamente in forma, ha una vera e propria ossessione per il sesso (che regge il confronto con quella di Gas Terry in Porno, per intenderci) ma nasconde una dolcezza d’animo che giunge a certe vette solo intraviste perfino da quel gattone di Spud. Inoltre, nonostante strilli di essere etero a destra e a manca e sia ossessionato solo dal corpo femminile, rimane uno dei personaggi più sessualmente ambigui di Welsh e incarna quel flash di rivelazione che avevamo solo brevemente assaporato nel Sick Boy che si fa sodomizzare da Alison (Skagboys).

Tuttavia, sia Jenni che Jason avrebbero forse avuto bisogno di più tempo per esprimersi; non tanto perché fosse approfondita la loro visione dell’universo, perfettamente chiara anche in queste 244 pagine scritte grandi, quanto per vederli barcamenarsi in più casi della vita. La forza di Colla, ad esempio, sta nell’attraversare un campionario vastissimo di eventi e periodi della crescita dei protagonisti – certo, genera e richiede tutto un altro tipo di attenzione, vista la lunghezza quasi doppia. Diciamo che, come primo (e finora unico) tentativo di Welsh di coprire lo iato che sta tra i suoi romanzi di formazione infiniti e i racconti tanto corti ed intensi da risultare più allucinati di alcune pagine di Palahniuk, in fondo non c’è male.

Di sicuro sono 244 pagine scritte grandi che scorrono via veloci: in Una Testa Mozzata, Welsh riconferma le sue capacità di narrazione fluida, mantenendo sì nei capitoli di Jason l’aderenza allo schietto parlato delle coree, ma stemperandoli con il raccontare ponderato e grammaticalmente corretto della Jenni di buona famiglia. Benché i recensori sul web si premurino tutti di segnalare come Una Testa Mozzata non sia un libro “per tutti”, per via delle parolacce e dei continui riferimenti al sesso, francamente trovo sia in assoluto il volume irviniano più commercialmente spendibile sotto questo punto di vista, e adatto alla lettura da parte di pressocchè chicchessia. Il che, in realtà, è a parer mio una nota quasi dolente.

A proposito di Porno scrivevo che ci sono state alcune scene dei romanzi di Irvine così esplicite e forti da farmi vergognare di starle leggendo – ma il punto è proprio questo. Alla sottoscritta, e presumo a chiunque ami leggere Welsh, piace sul serio leggere questi passaggi estremi e sciropparsi la sequela di imprecazioni e sconcezze miste a maschilismo. È proprio questa vividezza del linguaggio che mi ha fatto innamorare quando ho aperto Trainspotting e che, allo stato attuale delle cose, mi fa storcere il naso non appena il narratore qualunque scrive imprecò invece di un bel cazzo e parla di fare l’amore anche quando i sentimenti non c’entrano nulla e si tratta di scopare. Si tratta di abbattere il falso pudore per cui alcune cose non vanno scritte sulla pagina stampata e, soprattutto, di rincorrere quella naturalezza del dire pane al pane e vino al vino che trovo possa davvero fare immedesimare il lettore – anche a costo di strafare un po’.

In Una Testa Mozzata, Irvine si è molto trattenuto. Per certi versi ho apprezzato che i capitoli di Jenni avessero un tono così diverso da quelli di Jason: si tratta di una studentessa universitaria, di una classe sociale elevata, e certo renderne così curato il linguaggio ha costituito una parte imprescindibile della buona costruzione del personaggio. Tuttavia, nemmeno Jason dà il meglio di sé. Al di là delle possibili limature della traduzione (ma ne è autore Massimo Bocchiola, lo stesso di Colla e per il quale nutro la massima stima – ho avuto l‘onore di inervistarlo, qui), Irvine si è forse un po’ accomodato sugli allori e ha faticato meno per rendere la voce di Jason unica e personale, scegliendo di ripiegare sul facile espediente dell’intercalare: ‘catroiacaromio, è proprio il caso di dirlo.

In fin dei conti, forse uno dei maggiori difetti di Una Testa Mozzata è però da attribuire proprio alla traduzione italiana; parlo del titolo, che anticipa il grande colpo di scena della vicenda e fa sì che, insomma, si legga solo per andare a capire da dove diavolo salta fuori questa testa mozzata e di chi sia. Mi rendo conto, però, che se l’originale Kingdom of Fife per uno scozzese può voler dire qualcosa, ad un italiano medio tutt’al più può sembrare solo una citazione di qualche titolo fantasy.