Giovanni De Matteo: Corpi Spenti | IL BLOGGO

Questo articolo è apparso su Il Bloggo di Herr Joe e Madame Freida il 15 Giugno 2014.
Il Bloggo, pubblicato su WordPress, si occupava di recensire prodotti narrativi di tutti i tipi: libri, film, serie TV e anche fumetti.

Immaginate di entrare in una libreria qualunque: lasciate che l’ultimo successo pop, diffuso a mezzo volume, accompagni i vostri passi. Uno sguardo voluttuoso ai deliziosi espositori di cancelleria che già vi chiamano da vicino alle casse, una rapida occhiata al reparto CD e DVD per verificare le promozioni (per il vorrei-ma-non-posso avrete tempo dopo),  ed eccovi al reparto narrativa di genere. Lasciate che le dita scorrano sulle copertine intonse dei libri nuovi, ancora chiusi, le edizioni economiche con la costina non ancora sfregiata dalla troppa usura. Infine, scegliete un tomo quasi anonimo, bianco, un’immagine di robot umanoidi cerchiata di rosso in copertina. State per aprirlo, quand’ecco che un commesso spunta da dietro lo scaffale e ve lo strappa di mano:

«Pussa via! Non sei mica appassionato di fantascienza, tu!»

Scommetto che ci rimarreste male, e scommetto che dipenderebbe da diversi motivi: anzitutto, uno per diventare esperto deve pur iniziare da qualche parte – e, in secondo luogo, non sono forse diversi i motivi per cui si può apprezzare un libro, anche se non si è fan del genere?

Questa folkloristica premessa per dire che sì, ho deciso di recensire l’anteprima di un libro di fantascienza anche se non sono né una grande estimatrice né una grande conoscitrice del genere. D’altra parte, nessuno potrebbe impedirmi di comprare suddetto romanzo, perciò perché non dare i miei due centesimi su cosa mi spingerebbe a leggerlo e cosa me ne terrebbe alla larga?

Mi sembra ovviamente doveroso specificare la mia ignoranza riguardo gli stilemi di un genere, perché certo mi impedisce di cogliere eventuali innovazioni rispetto alla norma o scivoloni che ad un appassionato risulterebbero lampanti. Però, anche il parere del lettore medio ha una sua importanza – se non altro, perché i soldini alla fine sono i miei.

Perciò, la smetto di farneticare a vuoto; veniamo all’incipit del romanzo di cui voglio parlare.

La città premeva sul porto con la spinta di una nebulosa urbana in decompressione. Nel melange cleptoarchitettonico che sovrastava le acque torbide, ruderi d’epoca e falansteri si accalcavano intorno al Golfo come un esercito di sbandati in rotta: la battaglia doveva essersi risolta epoche addietro, tutto ciò che restava era il caos del presente.

Corpi spenti, edito da Mondadori in Urania, è l’ultimo romanzo dello stimato autore italiano di science fiction Giovanni De Matteo. Si tratta del seguito di Sezione π2, un thriller ambientato nell’Italia del 2059, anno nel quale ormai la Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica è in grado di recuperare informazioni dalla memoria dei defunti.

Nel 2061 si è invece alla vigilia della secessione della Bassitalia dal resto del paese, e compito dei protagonisti sarà sbrogliare i complotti politici che vorrebbero trarne guadagno. La scena si apre con l’ispettore capo Corrado Virgili, detto Guzza, convocato al porto per esaminare il luogo di un delitto ed il relativo cadavere.

Benchè ami lo splatter, le membra divelte dai corpi e via discorrendo, di solito nei thriller non amo particolarmente la descrizione delle condizioni di un ritrovamento; ho l’impressione che si cerchi sempre strenuamente di trovare un serial killer con manie originali, e via allora alla descrizione minuziosa di tutte le piccole perverse torture che l’omicida ha inflitto al corpo. Onestamente credo che le menti criminali siano molto meno fantasiose di quanto piaccia pensare agli scrittori.

Perciò, sono rimasta piacevolmente stupita: la prosa di De Matteo dipinge sì il ritrovamento di un cadavere etcetera etcetera, ma la narrazione è tale per cui, accanto a una descrizione chiara e semplice dell’ambiente, ricca di particolari ma non barocca, quello che emerge davvero è la personalità di Guzza ed il suo modo di porsi nei confronti del proprio lavoro. Inoltre, l’autore si trattiene dall’esplorare il personaggio con il solito metodo del fingo di parlare con me stesso ma in realtà ti racconto cosa penso de la Vita, l’Universo e tutto quanto – insomma, chiunque ha opinioni su qualunque cosa e potrebbe dire la propria su ogni elemento si ritrovi nel proprio campo visivo, e spesso scrivendo si tende a confondere questo flusso di informazioni inutili con il character development. Non è appunto il caso di De Matteo, tranne in alcuni passaggi che però, per un motivo o per l’altro, non risultano poi troppo molesti o viceversa sono sufficientemente insoliti da risultare interessanti.

Interessanti come l’inizio del secondo capitolo, che si apre su una scena di vita domestica del tenente Vincenzo Briganti (il protagonista del romanzo precedente); si tratta di un cambio di scena e di prosa così repentino da catturare l’attenzione del lettore proprio come si trattasse di un secondo incipit. Trovo che questo tipo di intrecci siano particolarmente interessanti, ma difficili da realizzare con successo: il rischio principale è di proporre al lettore una situazione troppo differente rispetto a quella del primo capitolo e scoraggiarlo dal proseguire in quanto gli si prospetta la fatica di tenere a mente due trame differenti e parallele. Insomma, per chi legge in condizioni non ottimali, come per esempio sui mezzi, o ha una memoria da pesce rosso, come per esempio la sottoscritta, potrebbe trattarsi di un motivo sufficiente ad abbandonare un libro su cui si era incerti in partenza.

Al contrario, De Matteo propone un personaggio che si muove nello stesso ambiente “poliziesco” (mi si passi il termine improprio) del capitolo precedente e attacca con un dialogo leggero ma non noioso, realizzando insomma delle condizioni ideali per proseguire la lettura. Devo ammettere che, considerato il prezzo (quasi 3 euro), mi sono trattenuta dall’acquistare il romanzo solo perché mi chiedo se non sia opportuno leggere prima Sezione π2. E sì, mi sono stupita anche io di questa tentazione all’acquisto, perché in realtà le prime righe di Corpi Spenti mi avevano fatto arricciare i mignolini dei piedi:

La città premeva sul porto con la spinta di una nebulosa urbana in decompressione. Nel melange cleptoarchitettonico che sovrastava le acque torbide, ruderi d’epoca e falansteri si accalcavano intorno al Golfo come un esercito di sbandati in rotta: la battaglia doveva essersi risolta epoche addietro, tutto ciò che restava era il caos del presente.

Non è che la frase in sé non abbia senso o non voglia dire nulla, ma è una descrizione composta di termini desueti o difficilmente visualizzabili, sia da soli che messi uno accanto all’altro. Siamo insomma per certi versi al limite di una metafora malriuscita che si aggrappi al suono delle parole senza riuscire davvero a suggerire al lettore l’immagine o le sensazioni adatte per facilitarne la lettura. Anzi – mi ci è voluto un tot per decodificare esattamente cosa stesse intendendo De Matteo: un agglomerato urbano che si allarga lentamente come fosse esposto a una diminuzione di pressione sui propri confini, in cui gli edifici, come piccoli centri urbani autosufficienti, presentano i segni di una mescolanza di stili architettonici che hanno preso spunto vicendevolmente gli uni dagli altri. O qualcosa del genere.

Insomma, un insieme di paroloni suggestivi che, alla fine dei giochi, non vogliono dire nulla di troppo preciso e si sarebbero potuti ampiamente evitare.

Ci sono però una serie di ragioni per cui mi sentirei di salvare questo aspetto della prosa di De Matteo, non ultimo il fatto che l’ho ritrovato in diverse opere sci-fi e, presumo, ha un suo fascino intrinseco per gli amanti del genere. Tra l’altro, proprio la battuta più famosa di Blade Runner, che adoro, a pensarci meglio vuol dire ben poco.

 

Passando a motivazioni più letterariamente valide, per certi versi mi sembra che questa vaghezza espressiva si possa considerare un tratto distintivo se non del personaggio punto di vista (in questo caso Guzza), almeno del modo di esprimersi e pensare degli abitanti dell’Italia del 2061. Ha senso che si utilizzino termini e fraseologie differenti da quelle odierne, visti gli eventi che hanno condotto ad un futuro estremamente diverso dal nostro. Certo, la sola anteprima non mi fornisce gli elementi per capire se effettivamente la prosa sia giustificabile da questo punto di vista, però innegabilmente un incipit del genere mette in un certo ordine di idee e fa percepire da subito l’atmosfera del mondo in cui ci si muove.

L’ultima ragione per cui mi sentirei di non giudicare negativamente la nebulosa in decompressione et similia è legato al fatto che De Matteo faccia parte di una avanguardia letteraria italiana, il Connettivismo, che ha esplicitamente tra i suoi obiettivi la sperimentazione letteraria. Generalmente non amo che venga posta una attenzione eccessiva allo sperimentalismo o alla poeticità di un testo, perché spesso essa diventa fine a se stessa e, quel che è peggio, impedisce la comprensione di cosa stia accadendo. Un racconto di genere, insomma, non dovrebbe essere una poesia – e proprio qui sta, a giudicare dalle prime pagine, la forza di De Matteo: il melange cleptoarchitettonico risulta folkloristico e suggestivo (e ho anche il vago dubbio si tratti di una citazione che non riesco a cogliere), ma rimane nei propri confini e non intacca la comprensione della scena e della trama.

Insomma, chiudendo un occhio su queste parti di lessico astratto al limite estremo del nonsense, l’impressione è che si riesca a godere di una storia chiara ma anche molto ben connotata per quanto riguarda la sua ambientazione – e, da lettore medio che si accosta al genere, l’ho apprezzato.