Penny Dreadful: Season 01 | IL BLOGGO

Questo articolo è apparso su Il Bloggo di Herr Joe e Madame Freida l’11 Luglio 2014.
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Penny Dreadful è tra le serie migliori che il 2014 ci abbia regalato; la fotografia è ottima, le interpretazioni superbe, l’ambientazione e la ricostruzione dell’epoca perfette, almeno agli occhi del profano – questo, ormai lo hanno detto tutti. In questo articolo, cercherò di andare oltre ed analizzare la serie da un punto di vista più “letterario“.

Cominciamo dal principio; basandosi su una pubblicazione a tinte forti molto diffusa nell’800, l’autore di Penny Dreadful (John Logan) ha deciso di intrecciare le storie di nomi noti della letteratura gotica in un unico, ribollente pastiche: Sir Malcom Murray, facoltoso gentiluomo con la passione per l’esplorazione dell’Africa, e l’ambigua e seducente Vanessa Ives cercano di salvare la figlia di lui (Mina) dalle grinfie di una misteriosa creatura. In loro aiuto giungono uomini decisamente non comuni: Ethan, dalla pistola rapida e dai modi misteriosi, un giovane Victor Frankenstein alle prese con i propri esperimenti, e nientepopodimeno che Dorian Gray. Il tentativo di recuperare Mina diventa motore di eventi soprannaturali e scottanti rivelazioni, conditi da tanto erotismo e un pizzico di passione.

Insomma, c’erano tutti gli ingredienti e le premesse per realizzare una trashata inguardabile. Sorprendentemente, però, John Logan e la sua troupe hanno saputo ottenere un prodotto pulito e senza sbavature, che riesce a spaziare nel vasto range di opportunità offerto dai suoi elementi costitutivi, senza scadere mai nel ridicolo o nell’incoerente.

Lo sceneggiatore di Penny Dreadful, infatti, non si pone limitifalsi pudori e, sia a livello di immagini che di svolte della trama, non mancano le scene pulp; così come tossire sangue non sembra impedire ai personaggi degli incontri sessuali anche piuttosto movimentati, altrettanto l’obiettivo della cinepresa non si tira indietro nell’inquadrare un braccio divelto dal corpo o il bisturi che incide la pellaccia coriacea di un vecchio mostro. Benché presente, lo splatter non è mai offerto allo spettatore in maniera gratuita, e se, come ho detto, non ci si tira indietro di fronte a nulla, per contro non si indugia mai su questo genere di cose più dello stretto necessario.

Certo, non si può dire che manchino i momenti al limite estremo del trash: ad esempio, la lunga inquadratura delle labbra di Victor Frankenstein che si porta il pane alla bocca per insegnare alla Creatura come mangiare – diciamo che un certo tipo di sottintesi in questa scena si sprecano. Può darsi che fossero voluti, oppure potrebbero essere stati generati dall’aver dovuto riguardare quei pochi minuti quattro volte di seguito per via di problemi con la connessione Internet. In certi altri casi, però, il video ha funzionato benissimo, e di nuovo il cast di Penny Dreadful si è spinto al limite estremo di ciò che si può vedere su uno schermo senza scoppiare a ridere. Per intenderci, SPOILER! tagliarsi vicendevolmente mentre si copula nella posizione del missionario non è esattamente il sesso super trasgressivo che mi aspetterei da un dandy eternamente giovane e da una veggente posseduta dal diavolo. A chi mi ribattesse sottolineando che ci troviamo nell’800 e non nell’epoca di Cinquanta sfumature, risponderei che Le 120 giornate di Sodoma è datato 1785. FINE SPOILER! Ma torniamo a noi, e agli orrendi capelli di Dorian Gray che, col loro essere castani e avere la riga in mezzo, valgono ampiamente da soli a comprovare le mie affermazioni.

Momenti al limite estremo del trash, dicevamo, ma mai momenti in cui lo spettatore senta l’urgenza di sganasciarsi apertamente. Fin da quando un certo tipo di creature orrorifiche sono state inventate (e si parla appunto dell’epoca dei penny dreadful), narrarne è sempre stato un mestiere sul filo del rasoio, sospeso tra lo spaventoso ed il ridicolo. Gli autori della serie hanno saputo destreggiarsi eccellentemente, senza peraltro cedere ad un gusto per l’azione meno decadente e più moderno, che avrebbe irrimediabilmente rovinato l’atmosfera.

I personaggi, anche quelli presi in prestito ad altre storie e inevitabilmente modificati per adattarli alla trama, rimangono coerenti con i propri desideri e motivazioni per tutto l’arco della vicenda. Si assiste certo a evoluzioni profonde (la più evidente quella di Vanessa e Sir Malcom, per altro considerabili i maggiori protagonisti – ma non mancano cambiamenti anche in tutti gli altri), eppure vengono man mano giustificate dal volgere degli eventi e non tradiscono mai l’essenza del personaggio stesso; inoltre, la medesima coerenza e plausibilità si ritrova anche nella trama vera e propria. Se da un lato uno dei miei maggiori dubbi a proposito della serie riguarda il numero di sottotrame lasciate prive di conclusione, infatti, dall’altro non posso che concordare con quanto affermato da un mio amico alla fine dell’ultimo episodio: in fin dei conti, si tratta di un prologo. La vicenda di Mina, lungi dall’essere il tremendo accadimento che ci viene presentato dalle parole dei personaggi, non è altro che un (riuscito) pretesto per raccogliere i partecipanti a questa Leggenda degli Uomini Straordinari. E, come prologo, la prima stagione di Penny Dreadful funziona alla perfezione, presentando nei dettagli quanto ha da offrire e apparecchiando per una seconda stagione il cui profumino dalla cucina sembrerebbe già delizioso.

Proprio riferendomi a Mina, però, ecco che mi sento in dovere di fare presenti alcuni punti deboli che trovo discretamente rilevanti.

Ho scritto sopra che la sparizione della povera Mina è in realtà solo un pretesto per far incontrare i vari protagonisti; per intenderci, nonostante Mina sia figlia di Sir Malcom e in qualche modo strettamente legata a Vanessa, la si intravede solo un paio di volte, ridotta al fantasma di se stessa (in senso letterale) e destinata a svanire dopo pochi secondi e un gran spavento dello spettatore. Di Mina, escluso il ripetere che è stata rapita dal misterioso mostro, si dice poco, si parla poco, ci si occupa poco in generale – diciamo che succedono talmente tante cose più interessanti, che anche dall’altro lato dello schermo ci si dimentica volentieri di dover dare la caccia a questa cosina magrolina, bionda e piagnucolosa. Per assurdo, si prova attaccamento maggiore per l’altro figlio di Sir Malcom, Peter, che non appare affatto sullo schermo fino all’episodio 5 di 8. Ed è appunto solo nell’episodio 5, Closer Than Sisters, che abbiamo occasione di empatizzare un minimo con Mina e, sinceramente, quei 60 minuti non sono bastati affatto al mio cuoricino raggrinzito per far sì che di Mina me ne fregasse qualcosa.

Con queste premesse, mi chiedo: era proprio così necessario che la figlia di Sir Malcom portasse l’impegnativo nome di Mina Harker?

Può darsi che qualcuno, anche guardando la serie, non abbia colto la citazione e fatto il rispettivo collegamento, perciò provvedo a fornire qualche informazione in più. Wilhelmina “Mina” Murray in Harker non è altri che la moglie di Jonathan Harker, ovvero il giovane avvocato che in Dracula, il romanzo di Bram Stoker, si reca in Transilvania al castello del principe vampiro. Mina stessa ha, già nella versione originale e ancor più nelle reinterpretazioni successive, un rapporto particolare con il Conte, che la soggioga al proprio dominio, ed è una delle voci narranti del romanzo di fine ‘800.

Sicuramente purtroppo non sono John Logan e non ho una visione complessiva di come si sviluppi la vicenda nelle stagioni a venire, quindi è sempre possibile che io venga clamorosamente smentita nelle mie elucubrazioni, ma con alla mano queste prime 8 puntate mi sento di dire che no, non era necessario scomodare Mina Harker per un ruolo così marginale. Come minimo, mi viene il dubbio che siccome melius abundare quam deficere, allora non appena c’è stato un bel ruolo femminile libero ci abbiamo ficcato dentro un nome illustre. Per come stanno i fatti fino ad ora, praticamente si poteva chiamarla Carmilla come la vampira di Sheridan Le Fanu, o anche semplicemente Una Accaso, che non sarebbe cambiato nulla.

D’altra parte, Penny Dreadful è fitta di personaggi famosi. E qui mi viene un attimo un travaso di bile.

Che bisogno c’era, mi chiedo, di scomodare Dorian Gray, che col romanzo gotico si potrebbe dire c’entrare relativamente poco, per dargli la parte di un libertino perverso e saputello, che onestamente gli si confà fino ad un certo punto? Oltre a essere biondo, e lo ripeto, BIONDO, il Dorian del romanzo di Wilde si dà certo al sesso sfrenato e si sporca le mani, ma quando anche arriva al maggior peccato possibile reagisce sempre con lo stupito disappunto del banalotto sprovveduto di cui Basil si era innamorato – non certo come un vizioso esperto di orchidee che dona seriamente il proprio cuore ad una donna. Non voglio togliere nulla all’interpretazione di Reeve Carney, che ho trovato sempre convincente e appropriato; è proprio il personaggio scritto per lui, che non ha senso di essere chiamato Dorian Gray quando è tutt’altra persona. Ma pazienza, di interpretazioni orrende del biondo (BIONDO) dandy negli anni ce ne sono state parecchie, da scriverci un articolo a parte, e ormai il caro Dorian è aduso ad essere stuprato – ingoiamo il rigurgito e passiamo oltre.

Penny Dreadful è stata presentata da subito come una sorta di pastiche, o, per usare un termine moderno, una fanfiction di qualità. Per intenderci, come se a essere trasposti nell’ambiente della Londra gotica dei primi dell’800 fossero stati Harry, Ron e Hermione, mantenendone le caratteristiche principali ma ponendoli a confrontarsi con eventi che con Hogwarts e Voldemort non hanno niente a che vedere. Questo tipo di citazionismo sfrenato, peculiare del postmodernismo, ha fatto il suo tempo e non è più in alcun modo innovativo o motivo di stupore. La lega degli straordinari gentlemen è del ’99 e, ora che siamo nel 2014, credo si possa andare oltre.

È indubbiamente vero che l’horror, dal romanzo gotico in poi, si è sempre basato in larga parte sulla ripresa delle stesse creature, degli stessi stilemi e degli stessi clichè, ma nulla vieta di usare lo scienziato rianimatore di cadaveri e dargli un nome diverso da quello di Frankenstein – o per lo meno, dargliene uno meno conosciuto, che ne so: Herbert West.

Inoltre, a dirla tutta, mi ero immaginata dei personaggi più alla Jack il saltatore, ovvero quelle creature enfatiche, pulp e solo brevemente tratteggiate che riempivano le pagine dei veri penny dreadful ottocenteschi. Victor Frankenstein, la sua Creatura e Mina Harker fanno sì parte del romanzo gotico, ma sono personaggi complessi, protagonisti di opere che di sgrammaticato o venduto per un penny hanno davvero poco o nulla.

I personaggi più famosi o memorabili di questa prima stagione di Penny Dreadful (la serie, questa volta), sono poi paradossalmente quelli inventati: Vanessa Ives non è magnetica ed intrigante solo per la meravigliosa interpretazione di Eva Green, ma anche perché è scritta bene di per sé. Inserire dei nomi letterariamente così illustri senza che ve ne fosse un reale motivo mi è sembrato il tentativo di gonfiare un film mediocre scritturando attori famosi – e, caro John Logan, decisamente non ne avevi bisogno.

Un’ultima osservazione (giusto per non chiamarla critica) riguarda la rigida suddivisione in blocchi della narrazione. Benché la trama proceda in ogni episodio (fatta eccezione per il caso particolare dell’episodio 5), infatti, viene sempre concentrata l’attenzione su uno o due personaggi al massimo, riducendo a rotazione i personaggi rimanenti a poco più che comparse. Per via della struttura di base della serie, così fitta di sottotrame, relazioni trasversali ai rapporti principali e innumerevoli comprimari, la scelta si è in realtà rivelata vincente sotto molti punti di vista: non vi sono mai accadimenti dubbi, lo spettatore riesce sempre a raccapezzarsi e a seguire chiaramente lo svolgimento della storia, e nessun aspetto o quasi viene lasciato da parte.

L’unica pecca, o almeno la più evidente, è il fatto che Vanessa diventi sempre più pervasiva, rosicchiando spazio altrui, al punto di avere un intero episodio (il sempre citato 5, Closer Than Sisters) a lei dedicato e, da lì in poi, occupare sempre almeno i tre quarti delle vicende.

La cosa non si può dire negativa in sé: Miss Ives è senz’altro il personaggio più interessante, interpretato tra l’altro in maniera ineccepibile, ed effettivamente la sua storia cattura più delle altre – diventa quasi naturale voler seguire quasi esclusivamente lei. Pure, le conseguenze non ottimali sono diverse: da un lato si perde del tutto interesse per la vicenda di Mina e quasi anche per gli altri (certo non aiuta che attorno a Vanessa giri aria di Apocalisse egizia fin dalla seconda puntata), dall’altro per dare spazio al tormento di Miss Ives non solo si velocizza l’evoluzione di Sir Malcom al limite del credibile, ma si lasciano anche moltissime trame completamente prive di una conclusione. In effetti, l’episodio 8, Grand Guignol, ad un season finale non ci somiglia proprio.

Vorrei specificare infine come queste critiche che ho mosso a Penny Dreadful, tuttavia, non siano il solito puntare un dito sdegnato contro “errori” che impediscono la completa riuscita dell’opera in analisi – anzi. Si può sempre migliorare, e sempre la Federica del caso punterà il dito su cosa si poteva fare diversamente; ma, come in questo caso, sarà un ditino timido che, col senno di poi, indica umilmente dei punti solo un poco più deboli del resto.

Con Penny Dreadful si è compiuto, nell’horror seriale per il piccolo schermo, un salto di qualità di grandissime proporzioni, nel quale in tutta onestà non avrei mai sperato. Si è fatto un vero e proprio balzo da gigante rispetto a produzioni come Fear Itself o American Horror Story, soprattutto se si considera la serietà con cui è stata affrontata la produzione di questa serie. L’argomento fantastico e dichiaratamente pulp/splatter è stato illustrato con la stessa cura e attenzione delle migliori serie TV di ambientazione realistica. Certo, siamo nell’era del serissimo ed epico Game of Thrones, però sul fatto che sarebbero riusciti a rendere altrettanto credibili vampiri, lupi mannari e mostro di Frankenstein, be’, non ci avrei scommesso un soldo bucato.