Who’s there? Horror Short Film Challenge: come scrivere un buon horror | IL BLOGGO

Questo articolo è apparso su Il Bloggo di Herr Joe e Madame Freida il 4 Agosto 2014.
Il Bloggo, pubblicato su WordPress, si occupava di recensire prodotti narrativi di tutti i tipi: libri, film, serie TV e anche fumetti.

È sera, e come sempre siete da soli in casa. Avete cenato, avete guardato un film e avete perso un po’ di tempo su Facebook, e ora è il momento di andare a letto. Mettete il pigiamino, infilate le babbucce, chiudete la porta di casa e vi allontanate lungo il corridoio, fino alla camera da letto. Date un ultimo sguardo all’ingresso e girate l’interruttore per spegnere la luce.
Nel buio, l’appendiabiti assume una forma insolita. Una forma umana.
Riaccendete la luce, e ovviamente tutto è come prima: i cappotti appesi, la porta d’ingresso chiusa, le pareti bianche e pulite del vostro appartamento. Spegnete la luce.
Accanto all’appendiabiti c’è proprio qualcuno. Una forma umana più buia del resto, nel pallido riflesso della luce di camera vostra.
Accendete la luce. Accanto ai cappotti non c’è nulla.
Spegnete la luce, e il mostro è proprio lì. A un passo da voi.

No, quello che avete letto non è l’incipit della prossima opera di Stephen King o chi per lui – è la narrazione per parole dell’inizio di un celeberrimo cortometraggio horror, Lights Out. Questo:

Per Lights Out, David Sandberg ha ottenuto il premio come Miglior Regista, conferito dalla Bloody Cuts, nell’ambito della Who’s there? Horror Short Film Challenge 2013. Si trattava di un concorso per cortometraggi horror, della durata massima di tre minuti (compresi i titoli di testa e di coda), realizzati con un budget che non eccedesse i 1000 dollari.

La Bloody Cuts è un team di produttori e registi che ha realizzato otto mediometraggi di paura, distribuiti gratuitamente online, ed intende il termine horror nella sua accezione più ampia. Nel bando per la Who’s there? Challenge, si legge che sono ammessi fantasmi, zombie, vampiri, lupi mannari, serial killer, clown demoniaci, monaci pazzi, cultisti invasati, bestie lucertola assassine giganti provenienti dall’inferno, e chi più ne ha più ne metta. I corti iscritti alla competizione potevano avere la forma di commedie, documentari, pellicole ritrovate in condizioni misteriose (il cosiddetto found footage, che ha avuto la sua prima straordinaria apparizione in The Blair Witch Project). L’importante era che il cortometraggio fosse spaventoso, e si attenesse al tema, liberamente interpretato, del who’s there? – ovvero, chi è là?

Per dare un’idea del tema, la Bloody Cuts ha prodotto e distribuito il film Dare:

Ora, non so che idea vi siate fatti di me, ma mi piace pensare che mi consideriate una specie di temeraria Indiana Jones della narrativa di genere. In realtà, sono più una pianta grassa che indossa un cappellino anni ’20 e che è molto, molto fifona.
Io ho paura del buio, credo nei fantasmi ed ho il terrore delle streghe (avete capito bene, quelle simpatiche vecchiette dedite ai sortilegi – no, non scherzo), in particolare di Baba Yaga. Ecco, non avrei dovuto nominarla. Insomma, sono un po’ il soggetto privilegiato cui far sperimentare i film horror; se qualcosa non spaventa me, difficile che spaventi chiunque altro.

Ovviamente me la sono fatta sotto, sia per Dare che per Lights Out. Invece, il corto che ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura (Post-it di Alistair Quak) non solo non mi ha spaventata, ma mi ha anche lasciato abbastanza perplessa.

Certo, la paura è un sentimento che si fonda soprattutto sull’esperienza individuale e sul carattere (chissà cos’avrebbe da dire Freud del fatto che i serial killer mi facciano un baffo e le streghe invece non mi facciano andare a far pipì di notte per timore di scendere dal letto), e non tutto ciò che è spaventoso per qualcuno può essere terrificante per qualcun altro. Tuttavia, bisogna riconoscere come ci siano degli stilemi comuni, e come sia innegabile che alcune situazioni o alcuni personaggi tipici dei film horror siano inquietanti pressocchè per chiunque.

Quale è, quindi, la chiave? Perché i cortometraggi della Who’s there? Challenge funzionano e fanno paura, se non tutti almeno la maggior parte? Ne ho selezionati 14 e, guardandoli uno a uno, ho provato ad analizzarli.

Uno degli ingredienti principali di un buon film horror è l’atmosfera, e questo sembra ovvio. Ma come si crea detta atmosfera? In cosa consiste esattamente?

Anzitutto un ruolo di primo piano ce l’ha la musica, o per lo meno gli effetti sonori. Lights Out non ha una vera e propria colonna sonora, si serve piuttosto dell’amplificazione di effetti sonori realistici (basti pensare allo scricchiolio del pavimento). Anche Cam Closer, dello stesso regista e con la stessa interprete, si serve della medesima tecnica: realismo sonoro e, nei momenti topici, qualche nota musicale per enfatizzare l’effetto sorpresa.

Play Time, il corto di Ryan Thompson che ha vinto il primo premio, ha conseguito anche il Best Sound Award.

Anche in questo caso vengono amplificati i suoni realistici (il rumore delle lampade e della TV che frigge, per esempio), ma sono supportati da una colonna sonora più propriamente detta. Se fate attenzione, nell’audio di Play Time potrete riconoscere una sorta di sibilo ventoso che si mischia ad altre voci, sotto le grida terrorizzate della protagonista.

Un altro ingrediente fondamentale dell’atmosfera di un buon cortometraggio horror sembra essere la decontestualizzazione, ovvero l’inserimento di oggetti o azioni comuni e normalmente innocue in situazioni di tensione. Magistrale è, in questo senso, Cam Closer; la situazione di partenza (una fotografia ad una natura morta) è non solo molto comune nella società moderna, ma anche spesso oggetto di scherno e vista come prerogativa di chi si ritiene social e alternativo. Quando però la mela non compare nella foto – e invece ci compare altro – ecco che l’atmosfera muta radicalmente.

Gli esempi di decontestualizzazione sono moltissimi: in Play Time abbiamo trovato la bambola, che è d’altra parte un elemento ricorrente – probabilmente per la loro forte connessione con il mondo dei feticci, le bambole sono tra le villain più gettonate per i corti della Who’s there? Challenge. Le ritroviamo per esempio anche in Dispossessed, di Andrew Hoffman, che ha vinto il Best Editing Award.

La carica orrorifica di Dispossessed è basata però soprattutto sul comportamento del protagonista. Il giovane fotografo, infatti, non si rende conto che la bambola nello scatolone è la stessa del cassonetto, e non si fa particolari problemi a portarsela dentro lo studio. Mentre noi spettatori, ben consapevoli di stare guardando un film horror, intuiamo la natura demoniaca del giocattolo, il protagonista vive in un mondo realistico, in cui nessuno immaginerebbe una deriva spaventosa degli eventi. Potremmo definirlo disbelief, ovvero il non credere che ci si trovi nella situazione di dover temere davvero una qualche ingerenza soprannaturale. Ecco perché la protagonista di Lights Out si nasconde sotto le coperte e tenta di raggiungere l’interruttore della lampada – perché, insomma, sarà tutta suggestione, la sua, no?

Un corto che fonda in toto la propria efficacia sul disbelief è Rainy Nights di Richard Greenwood Jr. La ragazzina non può certo immaginare di doversi preoccupare proprio della storiella che sta inventando per la sorellina… o sì?

Da notare che, almeno in un cortometraggio di tre minuti, non è mai importante capire esattamente come e perché si stiano verificando certi avvenimenti. Al di là del poco tempo disponibile per i chiarimenti, è indubbio che qualcosa di inspiegabile susciti molta più paura rispetto ad un evento, per quanto orrendo, che abbia un’origine precisa e quindi una motivazione plausibile.

Nei corti della Who’s there? Challenge non c’è spazio per cimiteri indiani o antiche maledizioni, e questo accade anche perché il nostro cervello integra da solo le parti mancanti, quando le ritiene necessarie; ad esempio, in Rainy Nights ci viene naturale immaginare che la ragazzina abbia evocato la strega inconsapevolmente – un’ombra sullo sfondo, e che si tratti della strega è già chiaro.

Sulla non necessità di dare spiegazioni si può anche giocare. In Cut, il corto ad opera di Peter Lemper che è entrato tra i finalisti, l’effetto comico complessivo viene ottenuto proprio fornendo una motivazione inaspettata sul perché si verifichino gli spaventosi eventi soprannaturali.

In altre parole, siamo così pronti ad accettare la presenza di una ragazzina fantasma indemoniata (dato anche il fatto che sappiamo di stare guardando un horror), che non ci chiediamo realmente cosa ci faccia dal barbiere – e quando viene fuori che voleva semplicemente un bel taglio alla moda, scatta la risata.

Certo, il confine tra spiegare troppo e spiegare troppo poco è molto sottile e assai facile valicarlo. In Play Time, non viene fornita nessuna motivazione per la presenza della bambola, o sul come essa sia collegata alla sposa cadavere (è forse lei stessa la bambola? Eppure sembrano vestite diversamente), eppure appare immediatamente chiaro che la presenza malvagia ce l’ha con la protagonista e intende vendicarsi per qualcosa. Questo accade prevalentemente perché la situazione si svolge in una casa, quindi in un luogo fortemente connotato: la propria casa è per eccellenza il luogo in cui ci si rifugia e in cui ci si ritiene al sicuro. Non solo non è necessario spiegare perché la donna bionda si trovi in quella casa, ma si ottiene anche l’immedesimazione immediata da parte dello spettatore.

La scelta di ambientare una storia horror in un luogo connotato è quasi sempre decisiva. Ci sono ad esempio ambienti che incutono timore perché spersonalizzati e pensati per ospitare un gran numero di estranei: poche cose sono più spaventose di un supermercato di notte, o di un parco divertimenti chiuso. Quando il luogo dell’ambientazione non è particolarmente pregno di significati di per sé, come ad esempio una casa nuova, o un appartamento che si usa solo per le vacanze (e quindi privo del sentimento di intimità che caratterizza la propria abitazione abituale), allora occorre sistemarlo in una situazione anomala. Ad esempio, ne La Casa di Sam Raimi, l’anonima baita dove trascorrere il weekend si trova nel mezzo di un fitto bosco e rimane isolata quando crolla il ponte che la congiunge alla civiltà.

La scelta del luogo (un albergo fatiscente ma non abbandonato, e che potrebbe trovarsi sul lungomare di una città densamente popolata) è forse il motivo principale per cui il corto The Scarf di Aalok Ghimire non pare funzionare e non ha spaventato nemmeno la vostra Federica.

Perché la ragazza morta dovrebbe perseguitare proprio il nostro eroe, in tutto l’hotel? Perché la ragazza alla reception non viene coinvolta e anzi sorride serena? Credo ci siano molti difetti nella concezione di questo corto, tra cui la scelta di far sentire la musica spensierata creata con la chitarra (per un attimo ho pensato di non aver spento Spotify) e quella di ripercorrere a ritroso tutte le apparizioni delle sciarpe – forse erano passate inosservate al protagonista, ma non certo agli spettatori.

Ed eccoci ad un altro ingrediente fondamentale per creare un buon cortometraggio horror: lo scarto di conoscenze tra spettatore e protagonista dell’azione. Proprio quello che un vecchio maestro del cinema, nientepopodimeno che Alfred Hitchcock, ha definito come la condizione essenziale per creare suspense; potete leggere la citazione per intero su Goodreads, qui.

Ogni volta che noi vediamo qualcosa muoversi sullo sfondo, alle spalle del nostro eroe, il quale invece non se n’è accorto, la nostra suspense cresce perché sappiamo che di lì a poco il protagonista si troverà nei guai fino al collo.

Fear, INC, di Vincent Masciale (purtroppo ora rimosso da Youtube) ha come presupposto un’idea carina, ovvero che esista una società specializzata nel provocare spaventi forti e “autentici” anche ai clienti più esigenti. Probabilmente a molti di voi che leggete questo articolo non dispiacerebbe provare davvero un’esperienza simile, e la giuria deve averla pensata allo stesso modo perché Fear, INC è arrivato tra i sei finalisti. Tuttavia, non credo si possa dire che questo corto sia davvero spaventoso o faccia sul serio fare salti sulla sedia – e questo perché tra spettatore e protagonista non c’è nessuno scarto di conoscenza (sappiamo e vediamo cioè esattamente le stesse cose), anzi: lo spettatore verso la metà ha già fatto due più due e capito che a irrompere nell’abitazione è stata proprio la Fear, INC.

A questo punto dell’articolo, gli ingredienti di base per creare un buon horror ci sono tutti – non resta che aggiungere gli ultimi tocchi, quegli orpelli che non servono direttamente a sorreggere la struttura ma arricchiscono il gusto complessivo dell’opera. Per esempio, un buon titolo.

Il corto che avete appena visto, A… di Peter Czikrai, si è guadagnato il secondo premio. Utilizza molti degli elementi che abbiamo analizzato, come ad esempio il personaggio tipico della bambina posseduta (elegante citazione de L’esorcista), il fatto di ambientare l’azione in una casa qualunque ma sperduta in un bosco, e infine gli effetti sonori scelti sapientemente: è il pianto dei neonati nell’ospedale che rende terrificante l’operato dell’infermiera bionda. Ma qual è il colpo di coda che ha fatto raggiungere ad A… il cuore dei giudici? La sorpresa finale del titolo che si completa.

Un altro espediente ingegnoso per accrescere la tensione e dare quel tocco in più è creare un momento di sollievo che venga smentito subito dopo con un nuovo spavento. È una tecnica che avrete forse notato nei due corti che preferisco: in Play Time, quando le luci si riaccendono e l’effetto della bambola sembra terminato, e in Lights Out, quando la donna riesce a sistemare la presa della corrente e si rende conto che il corridoio è illuminato e la porta chiusa. Per poi girarsi, e scoprire il mostro proprio lì accanto a lei.

C’è poi l’uso del ripugnante, che non è strettamente necessario ma certo non guasta mai. In A… le condizioni della bambina rendono molto più faticosa da digerire l’inquadratura dell’ago per il prelievo. Invectum, invece, l’opera di Adam-Gabriel Belley che è arrivata terza, basa interamente la sua riuscita sul ripugnante e, non ha caso, ha vinto il premio per i Migliori Effetti Speciali.

Cosa ha in comune Invectum con altri corti della nostra rassegna, come Lights Out, Play Time o Fear, INC o perfino Post-it? Il fatto che i protagonisti vengano ritratti in momenti in cui sono inermi: stanno dormendo, sono stati vittime di esperimenti o di massacri, e non sono in grado di reagire alle minacce nel pieno delle loro forze. Così come abbiamo detto a suo tempo per quanto riguarda trovarsi nell’abitazione del protagonista, anche vivere una situazione in cui ci si ritrovi indifesi tocca le corde dell’immedesimazione dello spettatore, e lo rende più intimamente partecipe degli eventi.

Ora, il cortometraggio horror è quasi finito – manca solo una conclusione da brivido, meglio se inaspettata. È un campo dove Cut e Dare hanno dato il loro meglio: da un lato scoprire che il barbiere è abituato ad occuparsi di creature non umane, dall’altro rendersi conto che il nostro sguardo è proprio quello della ragazzina fantasma, che paradossalmente ha spaventato se stessa conducendosi ad una morte violenta.

Prova a risollevarsi con un finale a sorpresa anche Departure, di John Lipartito – ma nonostante l’attrice Lisa Sumiyoshi si sia meritata il premio Best Acting, la trama e gli effetti speciali non convincono né la giuria né me.

E voi? Da quali corti siete stati convinti maggiormente? Cosa ve l’ha quasi fatta fare addosso e cosa no?

E soprattutto, mi spiegate cosa ci fa Emerentia in questa gara e come sia potuto arrivare tra i sei finalisti?