I miti come “folk science”: la mitologia nel fantasy e nella fantascienza

Questo articolo fa parte della miniserie Kullervo colpisce ancora. Potete leggere qui una introduzione alla miniserie.

Nel suo saggio New bottles – Old Wine, James L. Hodge illustra come characters, incidents and motifs from the great “oral-literary” heritage (1987: 38) costituiscano anche oggi la maggiore fonte di ispirazione, conscia o meno, per la creazione di narrativa sci-fi e fantasy.

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Väinämöinen suona il kantele nel dipinto di Robert Wilhelm Ekman (1866)

Come il titolo stesso del saggio lascia intuire, la differenza tra i racconti mitologici e le opere moderne è spesso solo questione di apparenza e forma, più che di contenuti. Tra i vari esempi, Hodge non manca di citare il Kalevala, per esempio accomunando l’incantesimo che il saggio Väinämöinen lancia suonando il suo kantele al raggio laser soporifero che appare nella serie di cartoni animati MASK.

Da un certo punto di vista, individuare una corrispondenza diretta tra due prodotti di culture così diverse è sicuramente un’operazione delicata. È inevitabile però che l’incantesimo di Väinämöinen richiami alla mente anche almeno il modo in cui Orfeo addormenta Cerbero per entrare nell’Ade. Sembra quindi che ci siano delle evidenze di elementi narrativi simili presenti in diverse tradizioni culturali.

L’idea che figure e archi narrativi archetipici siano ricorrenti nei prodotti della creatività umana ha lunga storia ed ha avuto una sua prima formalizzazione nelle teorie di Carl Gustav Jung, finalizzata principalmente all’interpretazione dei sogni. Proprio ispirandosi al lavoro di Jung e applicandolo alla mitologia comparativa, Joseph Campbell descrisse il concetto di monomyth nel suo famoso volume L’eroe dai mille volti (1949). Secondo Campbell, la maggior parte dei racconti contenuti nelle diverse mitologie fa riferimento ad un insieme di eventi ricorrenti, organizzati su una trama essenziale di base che illustra il viaggio dell’eroe (the hero’s journey). Citando lo stesso Campbell (1949: 23), il monomyth consiste nella narrazione di come

A hero ventures forth from the world of common day into a region of supernatural wonder: fabulous forces are there encountered and a decisive victory is won: the hero comes back from this mysterious adventure with the power to bestow boons on his fellow man.

Numerose sono le critiche al concetto di monomyth, prima tra tutte quella che il ridurre mitologie così diverse ad una sola scarna trama di base sia eccessivo e a tratti indiscriminato. Tuttavia, la struttura narrativa del viaggio dell’eroe è molto simile a quella osservata da Vladimir Propp nelle fiabe russe e offre uno strumento valido per l’analisi dei prodotti narrativi dell’ultimo secolo. Il lavoro di Campbell è stato adottato come schema di riferimento dalla maggioranza degli sceneggiatori cinematografici, soprattutto da quando Christopher Vogler ne ha tratto un fortunato manuale specifico per lo scopo (The Writer’s Journey: Mythic Structure For Writers). George Lucas ha notoriamente dichiarato di aver fatto riferimento al lavoro di Campbell e di esserne stato largamente influenzato per quanto riguarda la saga di Star Wars.

Se l’uso della mitologia come base per trame di opere fantasy è un argomento largamente ricercato, lo stesso non si può però dire per quanto riguarda la science fiction. W. M. S. Russell sostiene (nell’articolo Folktales and Science Fiction, 1982) che questa disparità di trattamento dipenda dal fatto che spesso, e molto più spesso che nella fantascienza, nel fantasy la mitologia può essere utilizzata quasi senza che vengano apportate modifiche (1982: 13). In particolare quando si tratta di high fantasy, l’ambientazione delle storie rende naturalmente più facile l’inserimento nella trama di elementi mitici o fiabeschi. Come si può leggere in una delle lettere raccolte da Humphrey Carpenter, è Tolkien stesso a citare la storia di Kullervo (famoso personaggio del Kalevala) tra le ispirazioni per il suo I figli di Hùrin (1981: 131), pubblicato postumo nel 2007.
Anche lo scrittore di fantasy Michael Moorcock ha ipotizzato che una lettura del Kalevala in giovane età abbia potuto influenzarlo nella creazione del suo tragic hero Elric di Melniboné (qui il post originale del 2004, al momento non raggiungibile, sul sito Moorcock’s Miscellany. La citazione è comunque riportata da Wikipedia, qui).

D’altra parte, come lo stesso Russell nota (1982: 11), la fantascienza è

closely connected with fantasy, and both together make up imaginative, as opposed to naturalistic, fiction.

La distinzione tra le due è debole e spesso si perde nelle diverse sfumature che distinguono la scienza propriamente detta e la magia. Così, anche nella science fiction è possibile trovare unmodified use[s]  della mitologia – specialmente quando si tratta di motivi archetipici come quello del Tasks Imposed, che appare anche nel Kalevala allorchè il fabbro Ilmarinen tenta di ottenere la mano della figlia di Louhi (sempre nel saggio di Russell, 1982: 14).

Più spesso, però, il motivo mitologico è trasformato e modificato per incontrare le esigenze del genere fantascientifico: un fenomeno che Russell definisce scientification e che può presentarsi sia come intervento cosciente dello scrittore, sia come inconscio utilizzo di reminiscenze e motivi ancestrali (1982: 14).

Vi sono due tipi di scientification. Nel primo, considerato un elemento mitologico, il tentativo dello scrittore è quello di immaginare le conseguenze della sua applicazione all’interno del mondo in cui si svolge la narrazione: un elemento irrazionale viene introdotto in un contesto che fa della razionalità il suo cavallo di battaglia. I miti e le fiabe basano la loro forza su un pensiero immaginativo costituito di associazioni metaforiche per lo più illogiche, e questo aumenta il sense of wonder dell’opera di science fiction. Russell cita anche la definizione di John W. Campbell di science fiction (basata sulla logica e opposta al fantasy perchè quest’ultimo non necessita di logicità) ma poi ammette che, come detto, i confini sono molto labili (1982: 11).

Il secondo tipo di scientification si ha, invece, quando lo scrittore di fantascienza cerca di spiegare razionalmente l’origine di un motivo mitologico, e individua per esso delle cause plausibili, anche basate sulla scienza futura. Facciamo un esempio: nel Kalevala il fabbro Ilmarinen, rimasto vedovo a causa proprio di Kullervo, si forgia una sposa d’oro e d’argento che, però, scopre essere troppo fredda e dura per sostituire la propria compagna. Questo motivo del partner artificiale ha molte declinazioni nei prodotti narrativi: ad esempio, nel thriller La donna perfetta, remake cinematografico del 2004 basato sul romanzo di Ira Levin La fabbrica delle mogli (1972). Nel film, SPOILER! Claire è una donna tradita dal consorte e decide di costruirsi un robot che interpreti il ruolo di marito ideale. Fonda quindi la comunità di Stepford,, basata sul controllo mentale esercitato sulle donne affinché si rivelino mogli ideali, ed il suo sogno viene letteralmente distrutto quando il nuovo trasferito Walter Eberhart decide di preferire l’amore della sua autentica moglie Johanna a quello di un automa. FINE SPOILER!

Non sempre la scientification richiede che l’autore sia cosciente di stare utilizzando un motivo archetipico, o addirittura che si ispiri ad un mito in particolare. Il caso appena citato de La Donna Perfetta  non sembra in alcun modo correlato direttamente con il Kalevala, o per lo meno i creatori dei film non hanno dichiarato esplicitamente di averne tratto ispirazione. Tuttavia, è innegabile che il motivo comune del consorte artificiale abbia influenzato sia il film che l’antico poema epico.

Ad oggi, sono solo due i casi in cui il Kalevala è stato dichiaratamente utilizzato come fonte per la creazione di science fiction.

Saga of Lost Earths (The Cosmic Kalevala, #1)

Il primo volume della Otava Series

Emil Petaja, autore americano di origini finlandesi riconosciuto Author Emeritus dal Nebula Committee of Science Fiction and Fantasy Writers of America, ha pubblicato tra il 1966 e il 1977 quattro libri ispirati alle vicende del Kalevala, ovvero la Otava Series. Si potrebbe parlare nel suo caso di scientification del primo tipo; infatti, con l’espediente di far reincarnare i protagonisti del Kalevala, Petaja dà il via ad una serie di avventure che ricalcano sì gli avvenimenti del poema epico ma si svolgono su un pianeta fittizio chiamato appunto Otava (qui Petaja su The Encyclopedia of Science Fiction).

Lucky's Harvest: The First Book Of Mana

Il primo libro di Book of Mana

Il secondo caso è invece quello di Ian Watson; come riporta (qui) The Encyclopedia of Science Fiction, nei due libri della serie Book of Mana (Lucky’s Harvest, 1993 e The Fallen Moon, 1994) gli elementi costitutivi della rielaborazione del Kalevala sono Shapeshifting and Magic part-rationalized by Nanotechnology.

Sia per quanto riguarda Petaja che Watson, la derivazione delle trame e dei personaggi dal Kalevala è conscia e dichiarata. È naturale però presumere che siano molti altri i casi in cui il poema finnico ha indirettamente o inconsciamente influenzato altri autori. A mio parere, per esempio, si tratta esattamente di quanto successo nel caso di Star Wars, la space opera ideata da George Lucas.

Ne parlerò nel secondo articolo di questa miniserie.

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