Il senso di Bangalore per la pioggia | STREAM!

Questo articolo è apparso su The STREAM! Magazine il 10 Ottobre 2016.
STREAM! era un magazine online non profit che si occupava di femminismo, empowerment, uguaglianza e pari opportunità.
Ci sono almeno due città, al mondo, dove le persone non si riparano dalla pioggia.
Una è Helsinki: i finlandesi hanno imparato a loro spese che, contro il vento del nord, non c’è ombrello che tenga. L’altra è Bangalore, nel sud dell’India, immersa in un clima completamente opposto: lì non ci si ripara perchè la pioggia, semplicemente, è la benvenuta.
Il cielo è uggioso e l’umidità quasi ai suoi massimi – ma, quando il maltempo finalmente porta sollievo dal caldo afoso dei mesi estivi, l’evento è celebrato quanto la primavera europea. Luglio ed agosto sono i mesi del monsone, e infatti le disastrose alluvioni e piene del nord fanno notizia su tutti i giornali. A Bangalore, però, nell’estremo sud-est dello stato di Karnataka, i temporali violenti ritardano ancora di qualche mese. La fine di luglio è un periodo di rinascita: riaprono le scuole, H&M invita a festeggiare le acque che cadono dal cielo con la sua nuova collezione, i provider telefonici offrono estrazioni a premi a chi sottoscriva un nuovo contratto. É la monsoon cash bonanza: come cadono le gocce dal cielo, forse pioveranno anche i soldi.
bangalore header
Bangalore (in realtà da poco rinominata Bengaluru) conta più di otto milioni di abitanti, ma solo sei ostelli; in India, la cultura del backpacking non ha ancora raggiunto il suo pieno potenziale. Puliti, moderni e con un’occhio di riguardo per il design, gli approdi del giovane viaggiatore millennial sono modellati su una clientela che ha un punto debole per l’ecofriendly e un altro per la meditazione – in una parola, gli hipster. The Meditating Monkeys, nel quartiere residenziale di Cooke Town, propone un’atmosfera ed un arredamento profondamente zen. I letti sono comodi ma spartani, a pochi centimetri da terra, quasi dei futon; l’alcol non è permesso, e nella cucina comune è proibito preparare carne o uova. Ma poco importa, perchè in India il cibo è disponibile ovunque, a qualunque ora del giorno e della notte, e per qualunque prezzo. Certo, bisogna imparare a fare a meno delle posate e assicurarsi sempre che il pollo sia stato ben cotto – ma ci sarà sempre un biryani pronto e fumante sulla prossima foglia di palma.
Dormire e fare colazione, a Bangalore, costa meno di dieci euro a persona: otto per una notte in un ostello dal rating eccellente, cinquanta (centesimi) per due samosa fritti comprati sulla strada. Nella bassa stagione di luglio e agosto, le temperature sono calate ad un livello accettabile – e così hanno fatto anche i prezzi.
bangalore_lake
Che si abbia una camera in un hotel di lusso, o un letto in un dormitorio economico, quasi tutte le diverse sistemazioni offrono un tour della città, un servizio di sightseeing viene organizzato anche dall’associazione dei trasporti di Bangalore. Se però si è alla ricerca di un’esperienza unica e ricca di adrenalina, la scelta migliore è fare un giro in risciò, magari optando per quelli organizzati proprio da The Meditating Monkeys. Dimenticatevi quella sorta di tandem a quattro che spopolano nelle località balneari italiane: il risciò indiano, o tuk tuk, altro non è che un Ape car adattato al trasporto delle persone. Gialli, strombazzanti e spericolati, infestano le strade zizagando tra le macchine; sono il mezzo di trasporto più veloce (e meno sicuro) a disposizione del viaggiatore. I locali, specie se non abbienti, tendono ad evitarli – ma il turista caucasico si vedrà offrire corse ad ogni passo. Quando sono provvisti di regolare tassametro, i risciò costano intorno alle cento rupie indiane per chilometro, ovvero poco più di un euro. Accordarsi su un prezzo iniziale, però, è essenziale – soprattutto la notte, quando le tariffe aumentano e prendere un risciò è l’unico modo per essere sicuri di tornare a casa. Se il risciò è chiamato direttamente dai gestori dell’ostello, ci si può generalmente fidare del prezzo proposto: mille rupie per un tour che dura tutta la giornata, guida personale dall’ostello e pause comprese (ma biglietti d’ingresso esclusi) non è poi molto – e si può sempre cercare di contrattare.
Il tipico tour attraverso Bangalore comincia di solito con una visita al tempio ISKCON, che occupa tutta la Hare Krishna Hill. Si tratta di un tempio enorme e molto ben organizzato, la cui gestione del flusso di visitatori fa invidia a qualunque struttura del mondo occidentale – e dove il fedele (ma anche il curioso) può trovare tutto l’occorrente per praticare la propria religione e diffonderne il verbo. Dopo aver ammirato le statue di Radha e Krishna, infatti, il turista può avviarsi all’uscita ed entrare così nella parte forse più interessante della visita: stanze e stanze piene di banchetti di ogni genere riempiono il percorso verso l’esterno del tempio. I testi religiosi sono disponibili praticamente in ogni lingua, ma l’acquisto più esotico rimane quello di una manciata di laddu, i tradizionali dolcetti sferici di farina e spezie, fritti nel burro. E, se si preferisce il salato, il tempio offre gratuitamente ai visitatori una generosa mestolata di dhal (crema di lenticchie), servita in una ciotola fatta di foglie pressate. Non è forse un pasto completo, ma certo basta per placare la fame di metà mattina e proseguire il tour.
bangalore commercial street
Seconda fermata imprescindibile è Commercial Street – che, nonostante il nome, non è una strada ma un intero quartiere. Dalle catene di negozi famose in tutto il continente (come Fabindia) ai piccoli esercizi familiari, dai vestiti di cotone venduti per 250 rupie (poco più di tre euro) alle sciarpe di cashmere e seta tessute a mano, dalle sneakers occidentali ai sandali di pelle fatti su misura: non c’è nulla che non si possa trovare in Commercial Street e nel vicino mercato ortofrutticolo cittadino. I prezzi sono così bassi che perfino dentro Chumbak (una piccola catena di negozi di design) il visitatore occidentale può darsi alle pazze spese. Se poi si cerca una cintura di pelle, sarà facile trovarne una di buona qualità per meno di due euro – e i buchi verranno fatti di persona, attorno alla vostra vita, lì a bordo della strada. Imperdibile il caffè chai (una specialità che arriva dalla metropoli di Chennai), versato con maestria da un bicchiere all’altro, tenendoli il più distanti possibile perchè il latte si ossigeni e si formi soffice schiuma sulla superficie. Come snack, una bella fetta di mango cosparsa di sale e peperoncino: una combinazione quasi azzardata, e che invece è deliziosa – almeno per le papille gustative allenate al piccante estremo.
Ai meno temerari, i ragazzi de The Meditating Monkeys propongono un pranzo da Mahesh Lunch Home, sulla grande e trafficata Residency Road. Per quasi 400 rupie (intorno ai cinque euro) si può gustare il miglior thali di pesce della città: nove piccole preparazioni diverse, tra cui curry di granchio, di vongole, chutney di gamberi, pesce fritto e l’immancabile dhal. Il cibo è eccellente, appena appena piccante, ed il riso disponibile in qualità illimitata senza sovrapprezzo (come per ogni thali che si rispetti).
Nel pomeriggio ci si può dedicare alla visita dei due palazzi di Bangalore: il primo è il palazzo estivo del Sultano Tipu, completamente in legno di teak, interessante da ammirare da fuori e che però difficilmente vale il prezzo dell’ingresso (quasi sette euro). Il secondo è il Bangalore Palace, di proprietà della famiglia reale di Mysore ma aperto al pubblico – e merita molto di più. L’edificio è circondato da un parco, e costruito in perfetto stile Tudor; è una dimostrazione pomposa, e a tratti pacchiana, della dominazione britannica durante il periodo coloniale, e di quanto lo stile di vita occidentale permeasse completamente gli usi e costumi del maharaja e della corte. L’audioguida, inclusa nel biglietto d’ingresso, permette di ascoltare ricordi personali della famiglia reale e dà così senso all’esposizione di centinaia di fotografie che, altrimenti, rimarrebbero un po’ sterili.
bangalore_palace
Anche una volta finito il tour guidato, Bangalore ha ancora molto da offrire: la città sta conoscendo negli ultimi anni la sua epoca d’oro, fatta di ristoranti, locali e vita notturna che niente hanno da invidiare al mondo occidentale. Nel quartiere di Indiranagar, dove regna la movida, non si vedranno sari e cavigliere: la gioventù con una certa disponibilità economica si veste con jeans e vestitini, e azzarda addirittura qualche spalla scoperta. Sarebbe difficile trovare altrove la profonda mescolanza di culture che si respira per queste strade: tutti conoscono il Monkey Bar, pub dal tono retrò – ma quasi nessuno sa che quello appeso tra i poster vintage nella sala principale è l’omino della svizzera Knorr. Gli appassionati di birra artigianale non possono perdersi il brew pub Toit. Si è ancora molto lontani dai risultati del mercato europeo o americano, ma la Colonial e la Breaking Matt sono degne di nota nel loro genere (rispettivamente, una English Pale Ale ed una IPA). Se si rimane delusi dalla Tintin e dalla Basmati Blonde (come è probabile che succeda), o se la propria idea di birra è quella della lager industriale tipo Peroni, ci si può sempre buttare sul cibo: Toit offre una propria reinterpretazione della cucina occidentale, in cui spiccano l’enorme piatto di nachos cotti al forno e le patate al cartoccio ripiene di ragù di manzo. Variamente farcita e un impasto cotto alla perfezione, è buona perfino la pizza – anche se, del sapore della pizza nostrana, ha poco o niente.
Solo qualche strada più in là, si trovano due esperienze uniche: una è quella di potersi permettere una cena gourmet con vista sullo skyline di Bangalore, l’altra è quella di mangiare pancetta di maiale – quasi certamente l’unica che si possa trovare in tutto il sud dell’India. The Fatty Bao è appunto il posto giusto per chi voglia provare l’ebrezza di spendere e spandere, senza rovinarsi: il menù offre una cucina fusion che incorpora tutte le diverse tradizioni asiatiche, al modico prezzo medio di 15 euro a persona. E, se piove, nessun problema: le grandi vetrate vengono chiuse, e ci si gode il monsone sorseggiando il proprio cocktail.
La pioggia, non dimentichiamolo, qui è la benvenuta.

Tutte le foto sono state scattate da Ben Leathley.